Costruzioni in Italia, la nuova fotografia europea: 438 miliardi di fatturato tra infrastrutture, digitalizzazione e carenza di personale

 Costruzioni in Italia, la nuova fotografia europea: 438 miliardi di fatturato tra infrastrutture, digitalizzazione e carenza di personale

Il settore edilizio italiano ha registrato un aumento della produzione del 41,3% tra il 2021 e il 2025, contro una crescita del 5,3% nell’Unione europea. È uno dei dati più significativi della nuova scheda Paese pubblicata il 2 novembre 2026 dallo European Construction Observatory (ECO), l’osservatorio della Commissione europea che analizza l’andamento e le trasformazioni dell’industria delle costruzioni nei 27 Stati membri.

Il documento restituisce l’immagine di un comparto che ha attraversato una fase di forte espansione, sostenuta inizialmente dagli incentivi per la riqualificazione degli immobili e successivamente dagli investimenti nelle infrastrutture pubbliche. La crescita accumulata negli ultimi anni convive però con problemi strutturali: la difficoltà nel reperire personale qualificato, la frammentazione delle imprese, la necessità di aggiornare le competenze tecnologiche e un patrimonio abitativo che richiede importanti interventi di riqualificazione energetica.

La fotografia del settore delle costruzioni in Italia nel 2026 emerge da statistiche riferite ad annualità differenti, prevalentemente comprese tra il 2021 e il 2025. La data di pubblicazione della scheda non coincide quindi con l’anno di rilevazione di tutti gli indicatori. Una distinzione necessaria per interpretare correttamente i risultati, soprattutto dopo i cambiamenti che hanno interessato gli incentivi edilizi e la composizione degli investimenti.

Un ecosistema produttivo da 438 miliardi di euro

Nel 2024 il fatturato complessivo dell’ecosistema italiano delle costruzioni ha raggiunto 438 miliardi di euro, corrispondenti al 9,4% del fatturato generato dagli ecosistemi industriali nazionali considerati dall’osservatorio europeo. Nel 2018 la stessa incidenza era pari al 7,2%.

L’aumento della quota segnala il maggiore peso assunto dalle costruzioni nell’insieme delle attività industriali esaminate. Non significa, tuttavia, che l’intero fatturato possa essere assimilato al valore dei lavori eseguiti nei cantieri.

L’ECO utilizza infatti una definizione di ecosistema produttivo più ampia rispetto al settore edilizio in senso stretto. Accanto alle imprese che realizzano edifici e infrastrutture vengono considerate attività economiche collegate alla filiera, comprese quelle che contribuiscono alla produzione e alla fornitura di materiali e componenti.

Questa impostazione consente di comprendere meglio la rilevanza dell’industria italiana dei prodotti da costruzione. La scheda europea richiama in particolare la competitività internazionale delle produzioni siderurgiche, ceramiche, del vetro e della pietra naturale.

Si tratta di comparti che affiancano l’attività delle imprese edili e contribuiscono alla presenza industriale italiana sui mercati esteri. La competitività della filiera, quindi, dipende anche dalla capacità di produrre materiali e semilavorati, oltre che dall’esecuzione delle opere.

Nel 2024 gli occupati dell’ecosistema nazionale delle costruzioni erano circa 3,09 milioni, pari al 12,6% degli occupati negli ecosistemi industriali italiani. La quota europea di confronto riportata dall’osservatorio è del 12,9%.

La dimensione occupazionale conferma il peso economico e sociale del comparto. Al tempo stesso, la struttura produttiva presenta una caratteristica che influenza le possibilità di sviluppo: la presenza particolarmente estesa di microimprese e piccole aziende.

L’Italia combina quindi una rete molto frammentata di operatori delle costruzioni con industrie dei materiali capaci di competere a livello internazionale. Questa differenza dimensionale all’interno della stessa filiera incide sulle risorse disponibili per la formazione, l’acquisto di attrezzature e l’introduzione di nuovi processi produttivi.

Dal Superbonus alle opere pubbliche: come è cambiata la domanda

La crescita della produzione edilizia tra il 2021 e il 2025 è uno degli indicatori che distinguono maggiormente l’Italia dalla media europea. Il dato cumulato, tuttavia, non descrive un’espansione uniforme durante tutto il periodo.

Secondo la ricostruzione dell’ECO, tra il 2020 e il 2023 l’attività è stata sostenuta in misura considerevole dagli incentivi destinati alla riqualificazione degli edifici residenziali, con un ruolo particolarmente importante del Superbonus.

La successiva riduzione delle agevolazioni ha modificato gli equilibri del mercato. Nel 2024, secondo i dati riportati nella scheda, gli investimenti nella riqualificazione residenziale sono diminuiti del 22%, mentre quelli destinati alle opere pubbliche sono aumentati del 16%.

La differenza tra i due valori è particolarmente significativa perché mostra come attività appartenenti allo stesso settore possano seguire traiettorie opposte.

Gli interventi sulle abitazioni private risentono delle scelte delle famiglie, delle condizioni di finanziamento e della disponibilità di incentivi. Le infrastrutture pubbliche dipendono maggiormente dai programmi di investimento, dalle procedure amministrative e dall’avanzamento dei progetti.

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza ha contribuito a questo cambiamento, finanziando interventi sulle ferrovie, sugli edifici pubblici, sulle scuole, sulle strutture sanitarie e sulla rigenerazione urbana.

Per il settore delle costruzioni in Italia nel 2026, il passaggio da una domanda fortemente sostenuta dalle ristrutturazioni private a una maggiore centralità delle infrastrutture rappresenta uno degli elementi più rilevanti della valutazione europea.

Cambiano infatti anche le caratteristiche delle commesse. Le grandi opere richiedono capacità di progettazione, organizzazione delle forniture, coordinamento di più operatori e gestione di procedure contrattuali complesse.

La presenza di investimenti pubblici non garantisce automaticamente che tutte le imprese possano beneficiarne nella stessa misura. Le opportunità dipendono dalla tipologia dei lavori, dalla dimensione degli operatori e dalla possibilità di partecipare direttamente o indirettamente alla realizzazione delle opere.

Il confronto fra il calo della riqualificazione privata e la crescita degli investimenti pubblici chiarisce inoltre perché il risultato positivo della produzione nel quinquennio 2021-2025 non possa essere trasformato in una previsione generalizzata per il 2026.

Patrimonio abitativo: riqualificazione necessaria, ma mercati territoriali differenti

La scheda italiana dedica attenzione anche alla condizione del patrimonio residenziale. Circa il 60% degli edifici abitativi italiani è stato costruito prima del 1976, anno di introduzione dei primi requisiti nazionali in materia di efficienza energetica.

L’età degli immobili rappresenta un elemento centrale nella valutazione delle esigenze di riqualificazione, anche se non consente di stabilire automaticamente le prestazioni energetiche attuali di ogni edificio.

Un fabbricato realizzato prima dell’introduzione delle norme sul contenimento dei consumi può infatti essere stato sottoposto a interventi successivi. Per determinare le sue condizioni effettive occorrono informazioni sulle caratteristiche dell’involucro, degli impianti e sulle eventuali opere già eseguite.

Resta comunque evidente la dimensione del patrimonio potenzialmente interessato da interventi di efficientamento.

La Commissione europea segnala inoltre una relativa debolezza della costruzione di nuove abitazioni e differenze territoriali importanti nel mercato immobiliare.

Nelle maggiori città italiane emergono problemi di accessibilità economica degli alloggi e pressioni sul mercato delle locazioni. Parallelamente, il Paese dispone di un ampio patrimonio di abitazioni non occupate, comprendente seconde case e immobili situati in territori caratterizzati da una domanda limitata.

Queste due condizioni possono coesistere senza contraddirsi. Un’abitazione inutilizzata in un’area con popolazione in diminuzione non soddisfa necessariamente la richiesta di alloggi in un centro urbano dove si concentrano lavoro, università e servizi.

La disponibilità complessiva di immobili, quindi, non coincide con la disponibilità di abitazioni nei luoghi in cui la domanda è più elevata.

L’analisi del settore delle costruzioni in Italia nel 2026 deve tenere conto anche di questa distribuzione disomogenea delle esigenze abitative. La riqualificazione del patrimonio esistente e la realizzazione di nuove abitazioni rispondono a necessità differenti, che cambiano sensibilmente da un territorio all’altro.

La carenza di personale qualificato limita la capacità delle imprese

La disponibilità di lavoratori rappresenta una delle criticità più concrete individuate dall’osservatorio.

Nel 2025, il 39,9% degli addetti alle costruzioni apparteneva alla fascia di età compresa tra 50 e 64 anni. Nel 2015 la percentuale era del 27,6%.

L’aumento di 12,3 punti percentuali nell’arco di dieci anni evidenzia un progressivo invecchiamento della forza lavoro. La questione riguarda soprattutto la capacità di garantire il ricambio delle competenze professionali.

Nel settore edilizio molte attività richiedono esperienza operativa, conoscenza dei materiali e familiarità con procedure tecniche e di sicurezza. Il trasferimento di queste capacità alle generazioni più giovani diventa quindi una condizione importante per mantenere continuità produttiva.

Il problema emerge anche dalle difficoltà di assunzione.

Secondo i dati richiamati dall’ECO, nell’aprile 2025 le imprese prevedevano difficoltà di reperimento per il 62,1% delle posizioni lavorative programmate nelle costruzioni.

La percentuale misura le posizioni per le quali era prevista una difficoltà di ricerca del personale, non la quota di posti rimasti effettivamente vacanti al termine delle selezioni.

Le maggiori criticità riguardano i mestieri specializzati e le professioni tecniche.

Questa carenza può influenzare la capacità delle imprese di affrontare nuove commesse, soprattutto quando i lavori richiedono competenze specifiche o devono essere eseguiti entro scadenze contrattuali definite.

L’invecchiamento degli occupati rende inoltre necessario investire nella formazione professionale e nell’aggiornamento delle competenze già presenti in azienda.

Per le microimprese, che costituiscono una parte rilevante del tessuto produttivo italiano, sostenere percorsi formativi e contemporaneamente garantire la continuità del lavoro quotidiano può risultare più complesso rispetto alle organizzazioni di maggiori dimensioni.

La disponibilità di personale, dunque, è una variabile che incide direttamente sulla possibilità di trasformare gli investimenti programmati in opere effettivamente realizzate.

Digitalizzazione: diminuiscono le imprese con competenze tecnologiche molto basse

La nuova scheda europea registra un miglioramento nella diffusione degli strumenti digitali tra le imprese italiane delle costruzioni.

Nel 2021 la quota di aziende caratterizzate da un’intensità digitale molto bassa era pari al 50,6%. Nel 2025 la percentuale è scesa al 30,6%.

La riduzione di 20 punti percentuali indica un cambiamento significativo nella distribuzione delle imprese per livello di digitalizzazione.

L’indicatore non equivale però alla percentuale di aziende che utilizzano tecnologie avanzate in cantiere. Una diminuzione della fascia con intensità digitale molto bassa può riflettere l’adozione di strumenti e procedure di diversa complessità.

La distinzione è importante perché la trasformazione digitale delle costruzioni coinvolge attività differenti: gestione documentale, progettazione, coordinamento delle lavorazioni, organizzazione delle forniture e controllo dell’esecuzione.

Tra gli strumenti richiamati dall’osservatorio compare il Building Information Modelling (BIM), metodologia che permette di organizzare e condividere le informazioni relative a un’opera attraverso modelli digitali.

Il BIM può essere utilizzato per coordinare le diverse discipline progettuali, gestire le informazioni tecniche e supportare le successive fasi di realizzazione e manutenzione degli edifici e delle infrastrutture.

L’ECO collega la diffusione di questi strumenti anche alla progressiva introduzione di requisiti BIM negli appalti pubblici italiani, richiamando la soglia dei lavori superiori a 2 milioni di euro applicabile da gennaio 2025.

L’indicazione riguarda il quadro degli obblighi introdotti negli appalti pubblici e non deve essere interpretata come un requisito indistinto per qualsiasi intervento edilizio privato.

Per il settore delle costruzioni in Italia nel 2026, l’avanzamento della digitalizzazione assume quindi una particolare rilevanza in relazione alla maggiore centralità delle opere infrastrutturali.

La disponibilità di strumenti digitali può agevolare il coordinamento di progetti articolati, ma il risultato dipende anche dalla formazione degli operatori e dalla capacità delle imprese di integrare le tecnologie nelle procedure di lavoro.

La diffusione del BIM, inoltre, non coincide necessariamente con una trasformazione completa dei processi aziendali. La qualità e l’utilità dei modelli dipendono dalle informazioni inserite, dall’aggiornamento dei dati e dalla collaborazione tra i soggetti coinvolti.

Competitività e sostenibilità: le sfide di una filiera frammentata

Il quadro europeo individua nella competitività industriale e nella sostenibilità due dimensioni strettamente collegate alle trasformazioni del comparto.

Da una parte, l’Italia possiede una filiera dei materiali da costruzione con produzioni competitive sui mercati internazionali. Dall’altra, la forte presenza di microimprese influenza la capacità di destinare risorse a formazione, attrezzature e metodi costruttivi innovativi.

La differenza tra questi due aspetti aiuta a comprendere perché le prestazioni di alcune industrie fornitrici non possano essere estese automaticamente all’intero ecosistema delle costruzioni.

Una filiera può comprendere aziende manifatturiere strutturate, attive sui mercati internazionali, e operatori edilizi di dimensioni ridotte che lavorano prevalentemente su commesse locali.

Le esigenze di investimento, accesso alle competenze e aggiornamento tecnologico sono diverse.

Sul versante ambientale, la scheda richiama soprattutto il peso del patrimonio residenziale costruito prima dei primi requisiti di efficienza energetica e il ruolo degli interventi di riqualificazione.

La sostenibilità assume quindi una dimensione operativa: migliorare le prestazioni degli edifici esistenti, intervenire sul patrimonio pubblico e integrare gli obiettivi energetici nei programmi di investimento.

Non sarebbe corretto, invece, dedurre dai soli dati disponibili una riduzione generalizzata delle emissioni del settore o un miglioramento uniforme dell’impatto ambientale dei materiali. Queste valutazioni richiedono indicatori specifici e confronti costruiti su periodi omogenei.

La scheda dell’osservatorio si inserisce nel lavoro europeo legato al Transition Pathway for Construction, il percorso di transizione che affronta le trasformazioni necessarie per rendere l’ecosistema delle costruzioni più resiliente, competitivo, digitale e sostenibile.

La valutazione dell’Italia mostra quanto tali obiettivi dipendano da condizioni produttive concrete: disponibilità di lavoratori specializzati, investimenti, caratteristiche del patrimonio edilizio e capacità organizzativa delle imprese.

Che cosa indicano i dati europei sulle prospettive del settore

La lettura della nuova scheda europea richiede di distinguere i risultati già registrati dalle condizioni che potrebbero influenzare l’attività futura.

Il fatturato di 438 miliardi di euro e i 3,09 milioni di occupati si riferiscono al 2024. L’incremento della produzione del 41,3% riguarda il periodo 2021-2025. Le informazioni sulla struttura anagrafica della forza lavoro e sulle difficoltà di assunzione si riferiscono al 2025, mentre il confronto sulla riqualificazione residenziale e sulle opere pubbliche riguarda il 2024.

Questi indicatori descrivono aspetti diversi dell’ecosistema produttivo e non possono essere sommati per ottenere una stima dell’andamento del mercato nel 2026.

Anche il forte incremento della produzione registrato nel quinquennio precedente deve essere interpretato considerando il contributo degli incentivi edilizi, che hanno caratterizzato una fase specifica della domanda.

La crescita delle infrastrutture pubbliche costituisce un elemento rilevante, ma non compensa necessariamente in modo uniforme la contrazione degli investimenti privati in tutte le aree del Paese e in tutti i segmenti del comparto.

La scheda europea permette piuttosto di identificare le condizioni con cui il settore delle costruzioni in Italia nel 2026 deve confrontarsi: una base industriale importante, una domanda di riqualificazione legata all’età degli edifici, investimenti infrastrutturali sostenuti dal PNRR e difficoltà crescenti nel reperimento di competenze professionali.

Particolarmente significativo è il rapporto tra dimensione delle imprese e trasformazione tecnologica. La diminuzione delle aziende con intensità digitale molto bassa segnala un progresso, ma la diffusione delle tecnologie più complesse richiede risorse organizzative e competenze che non sono distribuite uniformemente.

La stessa questione riguarda la partecipazione ai grandi programmi infrastrutturali, nei quali la capacità di rispettare requisiti tecnici, gestire informazioni progettuali e coordinare lavorazioni specialistiche assume un peso crescente.

L’osservatorio europeo fotografa dunque una trasformazione della composizione della domanda, più che una semplice prosecuzione della crescita passata. La sua conseguenza concreta riguarda il rapporto tra investimenti disponibili e capacità delle imprese di realizzarli.

Il dato sulle assunzioni previste nell’aprile 2025 rimane particolarmente indicativo: con difficoltà di reperimento segnalate per oltre sei posizioni programmate su dieci, la disponibilità di competenze tecniche e manodopera specializzata costituisce una delle principali condizioni operative per l’esecuzione dei progetti pubblici e privati.

Massimo Chioni